La Giornata della Memoria, 27 gennaio

La Giornata della Memoria su Alice.it con “un’intervista realizzata da Laura Tussi, una riflessione morale di Massimo Cacciari e Moni Ovadia, più una breve Bibliografia di titoli usciti negli ultimi due anni nelle librerie italiane dedicati alla Shoah, all’antisemitismo e al rapporto tra cristianesimo ed ebraismo”.

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  1. EDUCARE ALLA MEMORIA
    Ricordare o dimenticare?
    Memoria, identità e speranza.

    Elaborato di ricerca tratto dall’intervento di Brunetto Salvarani al Convegno Internazionale Ricordati di ricordare. Fammi ricordare, discutiamo insieme(Is 43,26)presso il Teatro Gonzaga di Bagnolo in Piano (RE)

    di LAURA TUSSI

    Un’interpretazione biblica sostiene che “se non ci fosse la dimenticanza l’uomo penserebbe continuamente alla propria morte”, non costruirebbe case, non si affaccenderebbe, non parlerebbe con gli altri e neppure amerebbe nessuno: perciò Dio ha posto nell’uomo la dimenticanza. Perciò un angelo è incaricato di insegnare al bimbo, cosicchè non dimentichi nulla, ma un altro angelo è incaricato di chiudergli la bocca perché dimentichi quanto aveva imparato.
    La tradizione è perennemente sospesa nella scelta non di rado traumatica tra memoria e oblio. Parafrasando la litania dei tempi nel capitolo terzo del Qoelet si dovrebbe avvertire che esiste un tempo per fare memoria ed un tempo per astenersi dal ricordare. Il tempo della memoria si esplica perché quanto è accaduto non abbia mai più da accadere. Vi è un tempo dell’oblio per non vedersi inchiodati ad un passato che va superato e messo in discussione, per non farne un idolo pericoloso e dogmatico. Esiste un ricorso retorico all’appello alla memoria, oggi, molto diffuso. Si tratta di un riferimento spesso appunto puramente celebrativo, ornamentale, privo di reale mordente e scadente persino nel linguaggio adottato. E si presenta il rischio di diffondere talvolta in buona fede, la convinzione di una necessità di pacificazione sociale ottenuta al prezzo della smemoratezza, giungendo al punto di occultare le fonti storiche o di riabilitare i colpevoli trovando una colpa nel crimine. La memoria è un esile filo interiore che ci tiene legati al nostro passato, quello individuale, quello familiare, quello della società civile di appartenenza, in quanto risulta faticoso vivere in modo fecondo la relazione con il proprio passato, dato che si corre sempre il rischio di rimanere prigionieri di ciò che è trascorso, incapaci di superarne gli errori, ma anche subentra la tentazione di spezzare ogni vincolo con il passato, come se fossimo i primi abitatori di questo pianeta. Bernardo di Chartres, con un’immagine ormai celebre, diceva che gli uomini sono nani che camminano sulle spalle di giganti, che, fuor di metafora, sono le nostre storie, i successivi e contradditori volti del passato. E’ necessario il coraggio della memoria e non il culto asettico di quanto è accaduto. Comunque non tutto va ricordato in ogni momento di quanto ci è accaduto in termini di male, di sofferenza, di vicende traumatiche. Esistono avvenimenti di tale straordinaria complessità e grandezza che non li si dovrebbe ricordare in ogni momento, ma non li si dovrebbe nemmeno dimenticare: la Shoah è uno di questi accadimenti. La commemorazione rituale non solo è di scarsa utilità per l’educazione della popolazione quando ci si limita a confermare nel passato l’immagine negativa degli altri o la propria immagine positiva. Essa contribuisce anche a sviare la nostra attenzione dalle urgenze presenti, procurandoci una buona coscienza con poco investimento. La ripetizione lancinante del mai più questo, all’indomani della prima guerra mondiale, non ha impedito l’avvento della seconda. La memoria in crisi del secolo breve risale a partire dalla considerazione notissima, di solito citata anche in apertura di ogni riflessione, sulla rinascita della “Teologia narrativa” di Walter Benjamin. La caratterizzazione di questo secolo è appunto la problematicità, la difficoltà e addirittura l’impossibilità di scambiare esperienze e, a partire da questo, evidentemente, una messa in crisi forte della possibilità della memoria. La memoria in disfacimento può essere rappresentata dalla figura ripresa dallo stesso Benjamin del reduce dal fronte della prima guerra mondiale che torna a casa, ma non è in grado di proferire quanto gli è accaduto, perché l’esperienza, le emozioni belliche sono state troppo forti per lui e non trova le parole adatte per tradurle adeguatamente. Accanto al reduce dal fronte si può porre una figura letteraria di Borges, un racconto paradossale secondo cui un ragazzo dell’Uruguay, dopo una brutta caduta da cavallo, è condannato a rimanere paralizzato. Ma, per una sorta di compensazione, egli acquista la memoria di tutto ciò che è successo lungo la storia del mondo. Una memoria totalizzante e omnicomprensiva e proprio per questo inservibile, un deposito di infinito. Il reduce dal fronte e il ragazzo uruguayano sono emblemi dell’atrofizzazione dell’esperienza che rappresenta il tratto caratteristico della modernità, alla base della crisi della memoria, perché subentra un cambiamento incessante dal momento che non appaiono più configurabili né una tradizione, né una memoria collettiva e quindi punti di riferimento comuni e condivisi. Il reduce e il ragazzo sono i simboli contrapposti di un’umanità dalla voce inceppata, incapace di fornire storie di salvezza, impossibilitata a scrollarsi di dosso le ruggini della guerra, le ferite dell’odio, la rabbia impotente dell’ammucchiarsi insensato dei giorni. Del resto persino Dio, in qualche modo, è ammutolito di fronte ad Auschwitz e come ha affermato Adorno “La cultura e la stessa critica della cultura ad Auschwitz non sono altro che spazzatura”. Attualmente viviamo questo estremo paradosso di essere immersi in un mare magnum di stimoli, di informazioni, di notizie grazie ai mezzi informatici, ai musei, agli archivi, ai media, alla persino parossistica riproducibilità tecnica, però immersi in tantissimi ricordi ed in pochissima memoria, cioè poca capacità e strategia selettrice, scarsa riflessione critica rispetto a questo mare magnum di nozioni e informazioni. Quindi le distorsioni della memoria contribuiscono a produrre una sorta di imbarbarimento generale nelle relazioni interpersonali. Vi è un ricorso distorto alla memoria che in anni recenti ha condotto gli uomini del nostro tempo al conflitto etnico, alla ricerca di una impossibile e stupida purezza e superiorità razziale, ad un presunto conflitto di civiltà che assume sempre più, soprattutto dopo l’11’settembre, il sapore contraffatto di “una profezia che si autodetermina”, ”l’apparente visione che la guerra possa essere concepita come “giusta” e subentra l’oblio di chi predica la xenofobia, dimenticando colpevolmente, come capita nel nostro Paese, quando, tutti i giorni, gli Albanesi, i profughi, i fuggiaschi, gli emigrati, gli stranieri e i dannati della terra eravamo noi, i nostri genitori, le nostre nonne, i nostri nonni. Così finiamo per confondere le cause con gli effetti e attribuiamo ad un presunto odio ancestrale le guerre tra due popoli, dimenticandoci, al contrario, che sono appunto le guerre a generare e a perpetuare l’odio. Ormai viviamo solo nell’attimo e nelle emozioni, bruciando e spettacolarizzando notizie e informazioni senza mai trovare il tempo e l’occasione di farne reale esperienza, di risponderne con responsabilità, di farne bagaglio utile per il futuro, producendo invece indifferenza, banalizzazione e retorica. In una stagione che i sociologi definiscono in preda all’incertezza più totale, caratterizzata da una memoria ormai in frantumi, che fatica a gestire il proprio ieri, in funzione di un odio aperto al domani, rischia di diventare un’impresa fallimentare e persa in partenza la sfida, pur necessaria di educare alla memoria. Non tanto quella retorica e rassicurante che mira a conservare lo status quo o quella purificazione e riconciliazione delle memorie che pretende la cancellazione di quanto avvenuto, un rischio ben presente agli occhi del teologo Mendes nella sua elaborazione di una teologia politica credibile nel contesto della modernità, tanto da fargli ammettere: ”La memoria sembra essere una controfigura borghese della speranza”, che ci dispensa ingannevolmente dai rischi del futuro. Ci si riferisce alla memoria del buon tempo andato per cui il passato viene inevitabilmente letto come un paradiso incontestato, un asilo delle illusioni attuali, in tal modo il passato viene filtrato attraverso il clichè della iniquità e il ricordo si trasforma in falsa coscienza, il nostro ieri e in oppio, il nostro oggi. Ma esiste un’altra forma di memoria che ci provoca e attraverso cui le esperienze antiche irrompono nel mezzo della nostra vita, regalandoci intuizioni nuove per il presente. Scrive Mendes: “Memorie che perforano il canone dell’evidente comunemente recepite, sabotano in qualche modo le nostre strutture di plausibilità e in questo modo possiedono proprio dei tratti sovversivi. Dunque una memoria pericolosa ed eversiva, una memoria, quella cristiana non meno di quella ebraica, che contempla, in modo specifico, non tanto il ricordo di principi, idee, astrazioni, ma piuttosto rivive le storie, gli eventi, i fatti davvero accaduti, per cui la comunità che ne nasce si autodefinisce come una realtà narrativa e commemorativa: ecco la strategia del ricordo…quando è lecito pensare che il contrario di oblio non sia memoria, ma giustizia.
    Laura Tussi

  2. INTERVISTA CON MASSIMO CACCIARI
    La confusione dialogica

    di LAURA TUSSI

    Come colloca la Sua storia di formazione rispetto al personale impegno politico, sociale e culturale?

    L’impegno politico e culturale si è svolto insieme alla mia formazione e mi sono formato anche tramite l’impegno politico e culturale: vi è un’assoluta complementarità. L’impegno politico non è sopraggiunto, ma è stato intrinseco alle primissime letture, ai primi incontri, e ai giovanili interessi sia filosofici che culturali.

    Come può il centro sinistra far fronte alle nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?

    Il problema non è solo del centro sinistra, è di ognuno di noi, è anche del centro destra. E’ evidente che il mondo non è più semplicemente suddivisibile in civiltà, in classi sociali, ma il pianeta è sempre più un insieme confuso o apparentemente confuso di elementi, per cui occorre cercare di rendere questa confusione “dialogica”, perché altrimenti, prima o poi, catastrofizza e scade nel conflitto, così occorre che queste distinzioni di cultura, di linguaggio, di civiltà, di religione diventino elementi di un rapporto dialogico. Per ottenere questi risultati è necessario intendersi, comprendere le rispettive diversità di linguaggi, saper tradurre una lingua in un’altra, saper costruire analogie: il problema si affronta davvero con una vera cultura dialogica, altrimenti si ottiene o la guerra o l’omologazione universale, ed entrambe le soluzioni non sono adeguate.

    Le ultime guerre in medio oriente fanno intravedere diverse tipologie di dittatura capitalista. Quali ne sono le caratteristiche e le negatività più salienti?

    La dittatura è una categoria politica assolutamente occidentale. Nessun Paese islamico si definirebbe dittatoriale e propriamente, secondo le nostre categorie, nemmeno è tale. Gli elementi dittatoriali sono stati tutti importati da noi occidentali. Alcuni partiti politici di carattere estremistico, presenti in Siria e anche in Iraq, sono di matrice nazionalista, di stampo occidentale.
    Quando si ha a che fare con delle dittature, quasi sempre sono importate da modelli politici occidentali. Non è possibile definire “dittatura” quella dell’Arabia Saudita, anche se è repressiva, perché da un punto di vista politico e formale non è una dittatura, ma sono regimi del tutto peculiari, particolari, che non hanno nulla a che vedere con i regimi democratici occidentali: né la Giordania, né l’Egitto, né il Marocco, sono dittature, pur sussistendo alcuni aspetti che possono ricordare le democrazie liberali. Quindi sarebbe improprio parlare di democrazie liberali per quei paesi dove il sistema si basa su elezioni e parlare di dittatura per quei paesi dove sono presenti elementi assolutamente autoritari.
    Dunque bisogna analizzare i vari regimi secondo i particolari principi, la loro storia e non tutto secondo i modelli occidentali.

    La Shoah ha precipitato l’umanità verso un abietto declino. Cosa occorre attualmente per esorcizzare ogni spettro di genocidio, stillicidio, di conflitto armato e di negazione di ogni tipologia di diversità all’interno del tessuto sociale? Esistono strategie politiche certe e determinate da parte dei partiti progressisti per far fronte a queste terribili evenienze?

    La Shoah è un evento per tanti aspetti e motivi completamente straordinario. Non esistono esempi di genocidi comparabili. La logica della Shoah è estremamente straordinaria rispetto ad ogni genocidio commesso e perpetrato nel passato. La Shoah ha degli elementi e degli aspetti anche culturali e anche religiosi e filosofici assolutamente peculiari. Quindi la Shoah non è ripetibile e riproducibile: è qualcosa di unico, di estremo e irripetibile e non per la quantità di vittime, ma per aspetti meramente qualitativi, in cui il male si è presentato in una forma eccessiva, esclusiva e irripetibile. Per evitare genocidi o comunque politiche di sterminio è necessaria una cultura che sappia riconoscere nella “distinzione”, non un ostacolo o un impedimento o chissà quale grande unità o alleanza, ma un elemento che arricchisce ognuno dei partecipanti alla discussione. La distinzione è un elemento attraverso cui si elabora e si costruisce la propria specifica identità che non costituisce un ostacolo, ma è il processo attraverso cui definisco l’identità.
    Questa è la cultura per sopportare e tollerare, nel senso più pregnante del termine, la complessità del mondo contemporaneo. Se di fronte a questa complessità ci si arrende e si propugna la strategia di ridurre il complesso, lo renderemo sempre più ingovernabile, perché la complessità è implicita e sussiste nelle cose, non è l’effetto di una cattiva politica o di una maldestra intenzione.

    Quanto la Shoah è figlia del Cristianesimo?

    Vi è una drammatica e tragica componente della storia e della teologia cristiana assolutamente, radicalmente e violentemente antigiudaica, prima ancora che antisemitica e questo caratterizza celebri passi di grandi Padri e Dottori della Chiesa, sia nel versante cattolico, sia nel versante protestante e ortodosso. Quindi sussiste un peccato profondo, radicale, di cui il Papa ha chiesto perdono. Sarebbe assolutamente sbagliato porre in lineare continuità questo antigiudaismo, che caratterizza ed è presente con forza in tanti momenti della storia della cristianità, con la Shoah. Sarebbe proprio un errore, un drammatico controsenso. Questo non per rimuovere o ridurre la colpa e il peccato che la cristianità ha commesso e di cui il Papa ha chiesto appunto perdono, ma per un altro motivo, ossia che non sussiste questa continuità. L’antigiudaismo di Hitler non ha affatto quelle stesse basi teologiche proprie dell’antigiudaismo della cristianità, anzi nel disegno di Hitler era chiarissimo che dopo la fase di soppressione e di eliminazione dell’elemento giudaico era necessario e si doveva passare ad una fase radicalmente e dichiaratamente di lotta alla cristianità e al cristianesimo. Le radici dell’antigiudaismo di Hitler hanno tuttaltre origini, ossia matrici di un certo gnosticismo, di un certo paganesimo gnostico, comunque assolutamente anticristiane. I grandi teologi e testimoni cristiani avevano avvertito immediatamente anche la Santa Chiesa, di fare attenzione alla guerra finale di Hitler che era proprio contro la cristianità. Quindi radicalmente e culturalmente è sbagliato porre una qualunque continuità tra cristianesimo e Olocausto. Certo, il fatto che sussistesse una tradizione antigiudaica ha facilitato i compiti di Hitler, senza dubbio, perché la società tedesca non era come quella italiana e francese, non avevano gli anticorpi contro il messaggio antigiudaico e questo è colpa della chiesa e della cristianità. Invece, l’antigiudaismo nazista o di certi fascismi dei Balcani, si colloca in un contesto razzistico, ma questo è l’opposto di tutta la tradizione cristiana che appunto è antigiudaica per il peccato commesso da Israele, ma nello stesso tempo i cristiani sono sempre stati per il melting-pot, sono i cristiani quelli che creano l’Europa medievale proprio mettendo insieme, come dice Agostino, uomini di tutte le razze, di tutte le lingue e questo dimostra che il cristianesimo non è mai stato razzista, assolutamente: il messaggio universalistico cristiano dice “bisogna andare alle genti”. La cristianità è responsabile dell’olocausto solo nel senso che non è riuscita a creare anticorpi e resistenze forti contro l’antigiudaismo nazista.
    Laura Tussi

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