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Monthly Archives: January 2006

In questo periodo ho voglia di leggere scrittori americani.

In una libreria remainder, mi sono imbattuta in La ballata di John Reddy Heart di Joyce Carol Oates, ed. Tropea.

È un libro avvincente, scritto molto bene, corale. Mi sto immedesimando nel gruppo di ragazzi del liceo di Willowsville. Mi sembra di essere tornata al liceo.

Ma soprattutto, mi sono innamorata di John Reddy Heart. Mi capita con cantanti, calciatori, magari attori.

Con un personaggio di un libro – un personaggio fittizio, insomma – mai.

Forse è un merito in più per Joyce Carol Oates.

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Provo a mettere ordine nelle note rapide a proposito della vita come “storia narrata” di cui parla Stephen Batchelor in Buddhism without belief.
Semplificando un po’: nella pratica buddhista, la meditazione permette di avvicinare, in alcuni momenti, una consapevolezza della condizione di complesso dinamismo degli individui e del mondo di cui si è parte, consapevolezza che illumina anche quella specie di gabbia nella quale abitualmente si è imprigionati, quando si intende il proprio sé come definito, immutabile, separato dal resto. Questi momenti di consapevolezza sono, secondo Batchelor, dei grandi momenti di libertà, sorta di sguardo limpido e preciso sulla realtà, che però poi fugge via; fino a quando, con l’abitudine alla meditazione si riesce a raggiungerlo di nuovo.
Già: ma in questa libertà nella quale si “vede” la realtà con tutta la chiarezza e la precisione ci si può anche restare assorbiti, affascinati dalla sua forza. Questa, dice Batchelor, sarebbe la scelta di un mistico, che “cerca di dissolvere se stesso in dio o nel nirvana”.

Invece, se per noi ha più valore partecipare a una realtà che condividiamo insieme agli altri, “nella quale ha senso dare un senso alle cose, allora questa abnegazione centrata su sé stessi negherebbe un elemento centrale del nostra essenza umana: il bisogno di parlare e agire, il bisogno di condividere l’esperienza con gli altri”. (Buddhism without belief, pag. 99-102). Domani concludo.

Sulla New York Review of Books, la recensione di due libri dedicati al Darfur e alla morte che trionfa sotto i nostri occhi. Soprattutto, l’autore dell’articolo, Nicholas D. Kristof, ci ricorda che non abbiamo scuse, non potremo dire “non sapevamo”.
Insomma, stiamo ripetendo l’atteggiamento che le nostre società democratiche hanno avuto di fronte a tutti i massacri/genocidi del XX secolo: armeni, ebrei, zingari, Ruanda, Bosnia, Cambogia…


Midha Ali

Originally uploaded by madmonk.

Ecco un passaggio dell’articolo di Kristof:
In my years as a journalist, I thought I had seen a full kaleidoscope of horrors, from babies dying of malaria to Chinese troops shooting students to Indonesian mobs beheading people. But nothing prepared me for Darfur, where systematic murder, rape, and mutilation are taking place on a vast scale, based simply on the tribe of the victim. What I saw reminded me why people say that genocide is the worst evil of which human beings are capable.

I due libri di cui ci parla sono:
Darfur: A Short History of a Long War
by Julie Flint and Alex de Waal
London: Zed Books, 176 pp., £12.00 (to be published in the US in March)
Darfur: The Ambiguous Genocide
by Gérard Prunier
Cornell University Press, 212 pp., $24.00

Fra le note dell’articolo, il rimando a un blog di una donna che svolge attività umanitaria in Sudan: Sleepless in Sudan. Uncensored, direct from a dazed & confused aid worker in Darfur, Sudan

“Questo libro è dedicato a mia figlia Rachel e a mio figlio Jonathan. È una storia di uomini e donne di coraggio che vissero molto tempo fa e i cui nomi non furono mai dimenticati. Gli eroi di questa storia sostennero la libertà e la dignità umana, e vissero nobilmente e bene. Io l’ho scritta affinché coloro che la leggeranno, i miei figli e gli altri, ne traggano la forza per affrontare il nostro arduo futuro, e siano in grado di opporsi all’oppressione e all’ingiustizia cosi che il sogno di Spartaco possa farsi realtà nel nostro tempo.”
Inizia con questa dedica Spartacus di Howard Fast (ed. Net).

Commovente e sincera, come tutto il libro, scritto da Fast nel 1951.

L’ambientazione durante la rivolta degli schiavi guidata da Spartaco nel 73-71 a.C. è solo apparente: potrebbe essere stato scritto oggi, e ambientato oggi.
Si potrebbe scrivere un trattato sulla storia di Fast e di Spartaco, ma preferisco fermarmi alla dedica.
Rachel e Jonathan Fast dovrebbero esserne orgogliosi…
ciao,
g.

I saggi di Milan Kundera dedicati all’arte del romanzo – L’arte del romanzo, I testamenti traditi, Sipario: tutti editi da adelphi in Italia – sono stati una rivelazione. (Solo Sipario può dirsi nuovo, gli altri due sono di oltre dieci e venti anni fa circa).

Beh, mi ha fatto molto piacere vederli citati da Stephen Batchelor nella bibliografia di Buddhism without belief.
In particolare, in quella del capitolo dedicato all’immaginazione creativa necessaria per assumere la responsabilità di vivere una vita che non sia già segnata e immutabile, ma che, come quella di un personaggio di un romanzo, sia una “narrativa”, disegni una parabola di cambiamento, della quale ognuno può essere responsabile.
Insomma l’esatto contrario della rassegnazione o del nichilismo. Magari ci torno su questa cosa e provo a spiegarla meglio, con qualche citazione.