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Monthly Archives: March 2006

Correre una maratona è _anche_ un’esperienza *filosofica*, come quelle *letture profonde* e ripetute che per alcuni momenti, fuggevoli, ti avvicinano alla consapevolezza, la conoscenza di sé e ti aiutano a capire il mondo.
L’allenamento di mesi, con ogni condizione meteo, e poi la gara, portano a una analoga condizione di consapevolezza. Domenica 26 marzo alla Maratona di Roma (la mia prima maratona), più o meno al 35 km di corsa, ne mancavano ancora sette (e 195 m), ero in crisi profonda, lo stomaco in subbuglio, il ritmo della corsa che calava progressivamente.

Ecco, in quel momento di sofferenza – può capire questa sofferenza solo chi ha fatto una maratona partendo dalle condizioni di persona normale, con un buon allenamento ma compatibile con una vita normale – mi ha soccorso l*’idea di consapevolezza*, così cara ai buddhisti ma anche a molti filosofi occidentali: dovevo correre stando con la mente completamente e solo nella corsa, attento e consapevole solo del momento vissuto, nessuna separazione tra corpo e mente.

Allora in quei sette chilometri non mi sono perso niente, dentro e fuori: consapevole di ogni passo, di ogni muscolo, di ogni dolore; guardavo le persone che incitavano al di là delle transenne, guardavo gli altri maratoneti sofferenti accanto a me o davanti. Una ragazza sgridava il suo compagno (di corsa? di vita?): “guarda che adesso ti lascia, la fatica se ne va, vedremo il traguardo fra pochi metri, non mollare”. Un signore si è fermato ad aiutare l’amico che una crisi a tre chilometri dall’arrivo lasciava lì per strada, fermo, piegato sulla schiena. I bicchieri di plastica dei rifornimenti per terra; l’uomo in canotta rossa davanti che lascia cadere la spugna bianca e tutto il resto che vi risparmio.

L’emozione di tagliare il traguardo al Colosseo non sono in grado di raccontarla: a pensarci, ancora adesso dopo cinque giorni, mi viene la pelle d’oca, non la dimenticherò mai. E’ comunque un’esperienza insieme fisica ed emotiva e di pensiero, un’idea che ha valore in sé, non relativamente a niente d’altro, salvo al fatto che è conseguenza di decine di migliaia di azioni e di pensieri ed è la condizione per altre decine di migliaia di azioni e di pensieri. Però ci sono momenti decisivi, più di altri.
E quel passaggio al Colosseo è uno di quelli (scusate l’enfasi ma se date un’occhiata alla mia faccia al passaggio del 40° km, a due dal traguardo, forse intuite cosa intendo dire – pettorale 9395)
Qui voglio *ringraziare i libri* (e i loro autori) che mi hanno aiutato a preparare e a correre la mia prima maratona; non sono in nessun tipo di ordine né cronologico di lettura né di importanza; alcuni li ho semplicemente ripresi e sfogliati e (ri)letti a pezzi. Se qualcuno è interessato (dubito) posso anche dare qualche motivazione sui legami dei libri con la corsa.

Romain Gary, La vita davanti a sé
Giulio Giorello, Di nessuna chiesa
Robert M. Pirsig. Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
Stephen Batchelor, Buddhism without belief
Pankaj Mishra, La fine della sofferenza
Steve Hagen, Buddhism plain and simple
Anton Cechov, I racconti
Miguel Benasayag · Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi
Harrigel, Lo zen e il tiro con l’arco
Paul Ginsborg, Il tempo di cambiare
Robert Capa, Leggermente fuori fuoco
Jean-Claude Izzo, Marinai perduti
Cervantes, Don Chisciotte
Milan Kundera, Il Sipario
MIlan Kundera, I testamenti traditi


Sentiero del viandante

Originally uploaded by halighalie.

L'improvviso arrivo della primavera mi ha fatto venir voglia di rileggere quello che, quando ero una bambina, era il mio libro preferito: Il giardino segreto, di Frances E. Hodgson Burnett.
Lo devo aver letto un sacco di volte, e con le mie cuginette abbiamo giocato più e più volte al giardino segreto…
Adoravo quel clima di mistero del libro, e soprattutto il legame così forte con la natura, l'importanza che assumeva nella vita dei bambini protagonisti del romanzo quel meraviglioso giardino. Mary, con la sua forza di volontà, lo faceva risorgere, e ogni volta mi commuovevo a pensare ai germogli e ai boccioli che rinascevano.
Ovviamente, non mancava una buona dose di tristezza e depressione: orfani, bambini ammalati, abbandonati, moribondi, parenti crudeli…
Ma sono ancora così i libri per bambini?

Ho finito di leggere Tre camere a Manhattan di Simenon. Dopo un primo impatto un po’ negativo, ho avuto un’ottima impressione del libro, che coglie così bene, sebbene scritto sessanta anni fa, la vita di oggi, la solitudine e lo smarrimento delle grandi città. Nonostante l’impronta cupa di fondo, mi ha lasciato una forte commozione e speranza sul finale.

Ma volevo sottolineare, soprattutto, una cosa che mi ha colpito. Fin da quando l’ho iniziato, mi ha richiamato alla mente il famoso quadro del geniale Hopper, Nighthawks (Nottambuli).

Nel quadro un uomo e una donna bevono, seduti al bancone di un bar, di notte. Il locale, fra l’altro, è proprio al Greenwich Village. Nel dipinto, si respira la stessa aria di solitudine e freddezza del romanzo, con una traccia di angoscia. Lo stesso Hopper, a proposito della sua opera ha detto: “Probabilmente inconsciamente ho dipinto la solitudine di una grande città”.

Mentre leggevo, mi immaginavo così Francois e Kay, nel loro vagabondaggio notturno per le vie di New York. Come l’uomo e la donna di Hopper, vicini ma all’apparenza distanti, persi nel vuoto, lo sguardo fisso di fronte e loro, due bicchieri sul bancone. Alle spalle, magari, un juke-box.

Fra l’altro, Nighthawks è del 1942, e quindi precede di qualche anno la stesura del romanzo. Mi piace pensare che anche Simenon abbia visto il quadro, e sia rimasto colpito, e che magari l’idea di Tre camere a Manhattan sia nata proprio da lì…

E per tornare al gioco delle colonne sonore, consiglio sicuramente Hit the switch di Bright Eyes (che per una di quelle stranissime coincidenze della vita sto ascoltando mentre scrivo, prima ancora di aver pensato all’associazione…).

Ho appena letto l’ultimo libro di Amelie Nothomb.

Confesso di essere una sua affezionata lettrice: l’anno scorso mi è capitato fra le mani, per caso, un suo libro, e mi ha subito conquistata. Per un certo periodo, ho divorato un volume dopo l’altro. Sono tutti romanzi brevi, in Italia pubblicati dalla Voland, e alcuni anche da Guanda. Ogni anno, puntuale, ne esce uno nuovo.

Della Nothomb mi piace il cinismo, il suo sguardo acuto e pungente, il suo sarcasmo e ironia.

Ha anche una storia molto interessante: belga, figlia di un diplomatico, è nata in Giappone, dove ha vissuto qualche anno, in Cina, Stati Uniti, Laos, Bangladesh. Fra i romanzi che mi sono piaciuti di più, quelli in cui ricorda la sua infanzia, come Metafisca dei tubi e Sabotaggio d’amore.

Quest’ultimo uscito da poco in libreria si chiama Acido solforico, e la storia è veramente agghiacciante.

Racconta di un reality show televisivo, Concentramento, il cui format richiama proprio quello dei campi di concentramento nazisti. Prigionieri che devono sopravvivere, aguzzini che li controllano, il pubblico (numerosissimo) da casa che decide la vita o la morte dei partecipanti con il televoto.

In questo clima surreale, emergono due figure di ragazze, una progioniera e un’aguzzina.

Lascio a voi la continuazione della storia.

Concludo esprimendo il mio ennesimo giudizio positivo dei confronti della Nothomb: a partire da una trama agghiacciante come questa, getta il suo sguardo ironico sul nostro mondo. E, a modo suo, coglie tante piccole verità.

Mi sembra che ultimamente siano sempre più numerosi i film che escono al cinema tratti da un romanzo. Solo quest’anno, su 8 film che sono andata a vedere, 4 erano tratti da un romanzo: l’ultimo Harry Potter, Munich (tratto da Vendetta di Jonas), I segreti di Brokeback Mountain (dal romanzo di Annie Proulx), The constant gardener (da Il giardiniere tenace di Le Carrè). E ancora, Orgoglio e pregiudizio, Oliver Twist, V per vendetta, Arrivederci amore, ciao, Truman Capote, solo alcuni altri che mi vengono in mente.

Tutto ciò ha sicuramente l’effetto benefico di rilanciare le vendite di questi testi nelle librerie: spesso, addirittura, vengono ripubblicati con la copertina che richiama la locandina del film, o con fascette che indicano il legame con il cinema.

Dei quattro che ricordavo sopra, solo Harry Potter e Munich li ho letti prima di vedere il film. In entrambi i casi, ho apprezzato molto di più il romanzo.

Perché? E poi, è meglio leggere prima il libro, o vedere il film? La lettura del primo o la visione del secondo, sono influenzati?

Dal mio punto di vista, preferisco leggere il libro.

Addirittura, quando sono andata a vedere Munich, avevo finito il libro solo da poche ore, e ho passato il tempo a ricordare stralci del libro, e a pensare a cosa avessero tenuto uguale o cambiato rispetto al testo originario.

Leggendo un libro, la componente soggettiva dell’immaginazione è più libera, posso “creare” i personaggi o gli ambienti come più preferisco, facendo associazioni personali o lasciando libera la mia creatività e immaginazione.

Nel film, tutto è già pronto, e in questo caso diventa ancora più importante la capacità del regista e dello sceneggiatore di riproporre in un nuovo formato il testo originario.

Sicuramente non è facile, si corre il rischio di rimanere legati al romanzo, deludendo i lettori.

Ma effettivamente, quante persone leggono, rispetto a quelle che vedono un film?

Forse, veramente, è un bel modo di riportare alla lettura un pubblico più ampio.

Da ultimo, noto anche che, se vedo prima il film, mi passa la voglia di prendere in mano il libro. Il regista ha già fatto tutto per me, e rischio solo di rivedermi riprodotte le immagini dello schermo.

Di Antonio Carnevale
 
Philippe Seymour Hoffman fa rivivere il celebre scrittore sul grande schermo. E gli somiglia tanto che vince l’Oscar. Ma al cinema non si dice tutto sull’autore di “A sangue freddo”. Per saperne di più arriva in Italia una biografia. Pettegola, divertente e tragica come era il geniale Truman.

Sei parole possono cambiare la vita di un uomo. “Uccisi contadino e la sua famiglia”. Il trafiletto del New York Times stravolse l’intera esistenza di Truman Capote, uno dei più grandi scrittori in lingua inglese del Novecento. Quel trafiletto lo portò a scrivere A sangue freddo, il suo romanzo capolavoro; lo fece diventare ricco e celebrato in tutta l’America e l’Europa; ma segnò anche l’inizio del suo declino umano e psichico. Fino a impedirgli di concludere qualsiasi altra opera letteraria. E a rimanere prigioniero di incubi, alcol, cocaina e psicofarmaci, fino alla tomba.”

continua su DonnaModerna.com

Da tempo viene giustamente considerato diritto del lettore trovare nei libri (non solo di saggistica, verrebbe da dire) le *note* al testo e un’accurata *bibliografia* che diano conto dei crediti intellettuali, delle idee e delle fonti di dati e informazioni e ancor di più delle *citazioni* presenti nel testo; ciò aiuta anche il lettore ad approfondire o a intraprendere letture derivate dal libro, strade nuove.
Per tutto ciò un riferimento *indispensabile* è ancora il formidabile libretto di *Luca Ferrieri* _Il lettore a(r)mato_, in particolare i due capitoletti, “Metamorfosi della citazione” e “Il gioco delle fonti” (Il lettore a(r)mato si trova facilmente in rete, per esempio su Liberliber.

Ebbene, un piacevole esempio recente di autore e editore rispettosi di questo diritto mi sembra: *Pankaj Mishra*, _La fine della sofferenza_, Guanda.

Al di là dell’interesse specifico per il tema (l’attualità del pensiero del Buddha, in particolare nelle sue relazioni con la filosofia occidentale, e la sua forza di sguardo allo stesso tempo laico e compassionevole e solidale sul mondo) il libro è pieno di rimandi a testi originali e a testi di studiosi che hanno parlato di quei testi; soprattutto è ricco di riferimenti puntuali agli scritti dei filosofi occidentali, a libri che aprono strade che divergono dal cammino dell’autore ma che hanno qualche relazione con il pensiero che cerca di raccontare.

Insomma, notevole veramente anche perché non siamo di fronte a un testo accademico o specialistico.
Comunque il libro di Mishra merita una lettura.

Creare una compilation è un’attività decisamente difficile che richiede le stesse doti di un mosaicista: creatività, senso estetico, pazienza, minuziosità e precisione. 

Si parte con una vaga idea del progetto che è necessario mettere a fuoco, sin dall’inizio, per non correre il rischio di disperdere energie e tempo in direzioni non proficue. 

Le domande fondamentali da tenere sempre a mente sono: chi è il destinatario e qual è l’occasione/l’obiettivo della compilation. 

È altresì importante l’apporto creativo ed emotivo del creatore che deve mettere nella scelta antologica dei brani un po’ di se stesso, senza tenere esclusivamente conto dei gusti musicali del destinatario, tanto più se non li conosce alla perfezione. 

In questo modo la compilation non sarà un freddo collettame di canzoni, ma una rappresentazione viva in musica di personalità, aspirazioni e sentimenti differenti. 

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Mio papà ha appena finito di leggere A sangue freddo di Truman Capote. Mentre me lo restituiva, mi diceva che l’aveva letto ascoltando Bruce Springsteen, “The Ghost of Tom Joad” e “Devils and Dust”. Ho pensato che mi avesse tolto le parole di bocca, se avessi dovuto scegliere la colonna sonora di quel libro, avrei indicato gli stessi dischi.
Nei film, la musica è fondamentale, è una componente fortissima della narrazione, e uno degli strumenti a mio parere più importanti nel creare piacere ed empatia, se ben scelta.
Anche per i libri si potrebbe provare a fare lo stesso gioco.
A partire da questo episodio, ho pensato un po’ alle colonne sonore ideali di alcuni libri che ho appena letto.
Trilogia marsigliese (Casino totale, Chourmo, Solea), Jean-Claude Izzo: “Sketches of Spain” di Miles Davis, e tutti i dischi di Abdullah Ibrahim (è stato proprio Izzo a farcelo conoscere)
Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides: “Fevers and Mirror” di Bright Eyes e “11:11” di Maria Taylor
Vita, Melania Mazzucco: Rino Gaetano, “Piazza, New York Catcher” dei Belle and Sebastian e “Dalla Pace del Mare Lontano” di Sergio Cammariere
La ballata di John Reddy Heart, Joyce Carol Oates: Ryan Adams, Counting Crows e The Eagles
La confraternita dell’uva, John Fante: Vinicio Capossela e Tom Waits
Un complicato atto d’amore, Miriam Toews: “I’m Wide Awake, It’s Morning” di Bright Eyes e “Nebraska” di Bruce Springsteen
Le correzioni, Jonathan Franzen: “Digital Ash in a Digital Urn” di Bright Eyes, “Gold” di Ryan Adams, “Franz Ferdinand” dei Franz Ferdinand e “First Impression On Earth” dei The Strokes
Il senso di Smilla per la neve, Peter Hoeg: “Takk” dei Sigur Ros e “When I Said I Wanted to Be Your Dog” di Jens Lekman
Rosso, Uwe Timm: “Storia di un impiegato” e “Non al denaro non all’amore né alla morte” di Fabrizio De Andrè

Aspetto le vostre, di colonne sonore.

Siete tutti invitati a una serie di serate di lettura in biblioteca (tutte comiche o ironiche o leggere) inframmezzate da musica a tema. 

venerdì 10 marzo “Alcol lividi e problemi di cuore“, narrazione liberamente tratta dal romanzo di Marco Rossari “Perso l’amore (non resta che bere)” . Interverrà l’autore 

venerdì 24 marzo “Altrimenti Pandemonio!!!“, narrazione tratta dal racconto breve (inedito in Italia) omonimo di Nick Hornby 

venerdì 7 aprile “Gli ultimi giri del Signor Learco“, narrazione liberamente tratta dal ciclo romanzesco di Paolo Nori, incentrato sul protagonista Learco Ferrari. 

Le serate si terranno tutte alla biblioteca di Opera (Mi), Largo Nenni, 4. per info: 02/57601523 

Ci sarà anche un rinfresco offerto dal comitato soci Coop di Opera 

  

Posso dire che un libro mi piace veramente quando ripenso alla storia mentre non lo sto leggendo, quando non mi accorgo di essere arrivata alla mia fermata della metropolitana, quando inizio a pensare come lo scrittore, quando non riesco a staccarmi finché non l’ho finito e vado avanti ad oltranza anche di notte, quando piango e rido da sola, quando vorrei che non finisse più anche se è perfetto così, quando poi corro a comprare tutti gli altri libri dello stesso scrittore, quando mi innamoro da subito anche della copertina, quando mi piace anche il profumo delle pagine, quando lo voglio consigliare a un amico, quando non voglio prestarlo a nessuno, quando in ogni pagina trovo qualcosa da sottolineare, quando mi sembra che lo scrittore mi abbia tolto le parole di bocca, quando se me l’ha prestato qualcuno lo compro per avercelo, quando mi viene voglia di rileggerlo, quando incontro qualcuno per strada e mi sembra uscito dal libro, quando mi affretto a leggerlo per finirlo ma nelle ultime pagine mi soffermo su ogni parola per prolungare il piacere…