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Author Archives: luigi gavazzi

In attesa di approfondire i molti temi proposti da Amartya Sen nel suo libro Identità e violenza (la riunione è giovedì 16 novembre alle 21 in biblioteca a Cologno Monzese), due osservazioni collegate.
La prima riguarda la relazione stretta – che Sen sottolinea con forza – fra la descrizione (falsa o più o meno vicina alla realtà) delle identità e la pratica politica.
Descrivere una società come come se fosse divisa in gruppi omogenei e pressoché impermeabili lungo linee etniche o religiose, oltre che una rappresentazione falsata della realtà è anche la premessa necessaria a ogni tipo di azione politica settaria e che intenda creare divisioni e conflitti, quasi sempre violenti; sopraffazione e, in alcuni casi, addirittura vere e proprie stragi.
Forse la considerazione appare banale.
Eppure troppe volte di fronte a tragedie di scontri violenti o di stragi, o anche in situazioni meno gravi come quelle che vedono movimenti politici estremisti e settari guadagnare popolarità – per esempio il Fronte nazionale in Francia o la Lega Nord in Italia – una parte dell’opinione pubblica sembra dimenticare come la contrapposizione, la divisione di parti della popolazione lungo confini invalicabili, sia il risultato di un’azione politica deliberata.
Si preferisce invece credere a entità indipendenti dalle scelte razionali: presunte tradizioni, le culture, la storia; entità che sembrano suggerire l’impossibilità di altri esiti da quelli dello scontro o della divisione.
Il libro di Sen è pieno di esempi di queste divisioni estremizzate, a volte inventate: anche perché in alcuni casi basta classificare per escludere, e poi per sopprimere, trovando presunte “giustificazioni” nella tradizione, appunto, o nella cultura, o nella religione o nella storia.
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La seconda questione, collegata alla prima, è che troppo spesso anche chi si oppone alle politiche di divisione e contrapposizione settaria, che assolutizzano una identità soltanto (etinica o religiosa o culturale o politica), finisce per cadere nella trappola teorica e descrittiva degli estremisti, accettando come rilevante una sola identità, difendendo magari eroicamente quella identità dagli attacchi, ma rinunciando all’unica possibile opzione democratica e di libertà: le identità gli individui se le devono scegliere, e devono avere la possibilità di avere più facce, più pieghe, più caratteri, non una soltanto. La Gran Bretagna che delega al clero mussulmano la rappresentanza dei cittadini di fede islamica è il risultato dell’accettazione di questo modello di descrizione della società.
La stessa “difesa” del cosiddetto “diritto” a conservare la tradizione culturale (l’oppressione delle donne della famiglia, la scelta delle compagnie giuste per i figli, i libri che si possono leggere, i film che si possono vedere) che in buona fede i difensori della società multiculturale perseguono è il risultato del prevalere di questa maschera teorica: l’identità culturale monolitica imposta (raramente scelta consapevolmente) schiaccia quei cittadini, che finiscono col subire la tradizione e la cultura, senza che possano esprimere la propria identità molteplice.
E coloro che democraticamente pensano di difenderli, finiscono con l’avallare il pensiero e la pratica dei loro oppressori.

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Correre una maratona è _anche_ un’esperienza *filosofica*, come quelle *letture profonde* e ripetute che per alcuni momenti, fuggevoli, ti avvicinano alla consapevolezza, la conoscenza di sé e ti aiutano a capire il mondo.
L’allenamento di mesi, con ogni condizione meteo, e poi la gara, portano a una analoga condizione di consapevolezza. Domenica 26 marzo alla Maratona di Roma (la mia prima maratona), più o meno al 35 km di corsa, ne mancavano ancora sette (e 195 m), ero in crisi profonda, lo stomaco in subbuglio, il ritmo della corsa che calava progressivamente.

Ecco, in quel momento di sofferenza – può capire questa sofferenza solo chi ha fatto una maratona partendo dalle condizioni di persona normale, con un buon allenamento ma compatibile con una vita normale – mi ha soccorso l*’idea di consapevolezza*, così cara ai buddhisti ma anche a molti filosofi occidentali: dovevo correre stando con la mente completamente e solo nella corsa, attento e consapevole solo del momento vissuto, nessuna separazione tra corpo e mente.

Allora in quei sette chilometri non mi sono perso niente, dentro e fuori: consapevole di ogni passo, di ogni muscolo, di ogni dolore; guardavo le persone che incitavano al di là delle transenne, guardavo gli altri maratoneti sofferenti accanto a me o davanti. Una ragazza sgridava il suo compagno (di corsa? di vita?): “guarda che adesso ti lascia, la fatica se ne va, vedremo il traguardo fra pochi metri, non mollare”. Un signore si è fermato ad aiutare l’amico che una crisi a tre chilometri dall’arrivo lasciava lì per strada, fermo, piegato sulla schiena. I bicchieri di plastica dei rifornimenti per terra; l’uomo in canotta rossa davanti che lascia cadere la spugna bianca e tutto il resto che vi risparmio.

L’emozione di tagliare il traguardo al Colosseo non sono in grado di raccontarla: a pensarci, ancora adesso dopo cinque giorni, mi viene la pelle d’oca, non la dimenticherò mai. E’ comunque un’esperienza insieme fisica ed emotiva e di pensiero, un’idea che ha valore in sé, non relativamente a niente d’altro, salvo al fatto che è conseguenza di decine di migliaia di azioni e di pensieri ed è la condizione per altre decine di migliaia di azioni e di pensieri. Però ci sono momenti decisivi, più di altri.
E quel passaggio al Colosseo è uno di quelli (scusate l’enfasi ma se date un’occhiata alla mia faccia al passaggio del 40° km, a due dal traguardo, forse intuite cosa intendo dire – pettorale 9395)
Qui voglio *ringraziare i libri* (e i loro autori) che mi hanno aiutato a preparare e a correre la mia prima maratona; non sono in nessun tipo di ordine né cronologico di lettura né di importanza; alcuni li ho semplicemente ripresi e sfogliati e (ri)letti a pezzi. Se qualcuno è interessato (dubito) posso anche dare qualche motivazione sui legami dei libri con la corsa.

Romain Gary, La vita davanti a sé
Giulio Giorello, Di nessuna chiesa
Robert M. Pirsig. Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
Stephen Batchelor, Buddhism without belief
Pankaj Mishra, La fine della sofferenza
Steve Hagen, Buddhism plain and simple
Anton Cechov, I racconti
Miguel Benasayag · Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi
Harrigel, Lo zen e il tiro con l’arco
Paul Ginsborg, Il tempo di cambiare
Robert Capa, Leggermente fuori fuoco
Jean-Claude Izzo, Marinai perduti
Cervantes, Don Chisciotte
Milan Kundera, Il Sipario
MIlan Kundera, I testamenti traditi

Da tempo viene giustamente considerato diritto del lettore trovare nei libri (non solo di saggistica, verrebbe da dire) le *note* al testo e un’accurata *bibliografia* che diano conto dei crediti intellettuali, delle idee e delle fonti di dati e informazioni e ancor di più delle *citazioni* presenti nel testo; ciò aiuta anche il lettore ad approfondire o a intraprendere letture derivate dal libro, strade nuove.
Per tutto ciò un riferimento *indispensabile* è ancora il formidabile libretto di *Luca Ferrieri* _Il lettore a(r)mato_, in particolare i due capitoletti, “Metamorfosi della citazione” e “Il gioco delle fonti” (Il lettore a(r)mato si trova facilmente in rete, per esempio su Liberliber.

Ebbene, un piacevole esempio recente di autore e editore rispettosi di questo diritto mi sembra: *Pankaj Mishra*, _La fine della sofferenza_, Guanda.

Al di là dell’interesse specifico per il tema (l’attualità del pensiero del Buddha, in particolare nelle sue relazioni con la filosofia occidentale, e la sua forza di sguardo allo stesso tempo laico e compassionevole e solidale sul mondo) il libro è pieno di rimandi a testi originali e a testi di studiosi che hanno parlato di quei testi; soprattutto è ricco di riferimenti puntuali agli scritti dei filosofi occidentali, a libri che aprono strade che divergono dal cammino dell’autore ma che hanno qualche relazione con il pensiero che cerca di raccontare.

Insomma, notevole veramente anche perché non siamo di fronte a un testo accademico o specialistico.
Comunque il libro di Mishra merita una lettura.

Ma è proprio necessario possedere i libri? Insomma, quando si fa un giro in biblioteca e si trova, facilmente, tutto quello che serve; e si trovano migliaia di stimoli a conoscere autori e romanzi e saggi, viene da dire che avere la casa piena di libri non sia necessario, o addirittura sia un eccesso, una specie di mania di esibizione e/o di possesso, quasi morboso, di oggetti che non usiamo e che, forse, useremo solo in futuro.

E allora perché la mia casa è Read More

A Cemetery of Poets Is in Crisis in Rome- New York Times

Il cosiddetto cimitero a-cattolico di Roma, conosciuto anche come “protestante” è in difficoltà economiche: ospita le spoglie di poeti, di Antonio Gramsci e di altri grandi nomi…

This city’s tiny Non-Catholic Cemetery possibly contains the highest density of famous and important bones anywhere in the world: the cramped final resting place of the poets Keats and Shelley, dozens of diplomats, the Bulgari family, Goethe’s only son and Antonio Gramsci, a founding father of European Communism, to name a few. The cemetery (in Italian, Cimitero acattolico), also widely known as the Protestant Cemetery, although it contains the graves of Jews and other non-Christians, is the oldest burial ground in continuous use in Europe, conservationists say.