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buddhismo

Correre una maratona è _anche_ un’esperienza *filosofica*, come quelle *letture profonde* e ripetute che per alcuni momenti, fuggevoli, ti avvicinano alla consapevolezza, la conoscenza di sé e ti aiutano a capire il mondo.
L’allenamento di mesi, con ogni condizione meteo, e poi la gara, portano a una analoga condizione di consapevolezza. Domenica 26 marzo alla Maratona di Roma (la mia prima maratona), più o meno al 35 km di corsa, ne mancavano ancora sette (e 195 m), ero in crisi profonda, lo stomaco in subbuglio, il ritmo della corsa che calava progressivamente.

Ecco, in quel momento di sofferenza – può capire questa sofferenza solo chi ha fatto una maratona partendo dalle condizioni di persona normale, con un buon allenamento ma compatibile con una vita normale – mi ha soccorso l*’idea di consapevolezza*, così cara ai buddhisti ma anche a molti filosofi occidentali: dovevo correre stando con la mente completamente e solo nella corsa, attento e consapevole solo del momento vissuto, nessuna separazione tra corpo e mente.

Allora in quei sette chilometri non mi sono perso niente, dentro e fuori: consapevole di ogni passo, di ogni muscolo, di ogni dolore; guardavo le persone che incitavano al di là delle transenne, guardavo gli altri maratoneti sofferenti accanto a me o davanti. Una ragazza sgridava il suo compagno (di corsa? di vita?): “guarda che adesso ti lascia, la fatica se ne va, vedremo il traguardo fra pochi metri, non mollare”. Un signore si è fermato ad aiutare l’amico che una crisi a tre chilometri dall’arrivo lasciava lì per strada, fermo, piegato sulla schiena. I bicchieri di plastica dei rifornimenti per terra; l’uomo in canotta rossa davanti che lascia cadere la spugna bianca e tutto il resto che vi risparmio.

L’emozione di tagliare il traguardo al Colosseo non sono in grado di raccontarla: a pensarci, ancora adesso dopo cinque giorni, mi viene la pelle d’oca, non la dimenticherò mai. E’ comunque un’esperienza insieme fisica ed emotiva e di pensiero, un’idea che ha valore in sé, non relativamente a niente d’altro, salvo al fatto che è conseguenza di decine di migliaia di azioni e di pensieri ed è la condizione per altre decine di migliaia di azioni e di pensieri. Però ci sono momenti decisivi, più di altri.
E quel passaggio al Colosseo è uno di quelli (scusate l’enfasi ma se date un’occhiata alla mia faccia al passaggio del 40° km, a due dal traguardo, forse intuite cosa intendo dire – pettorale 9395)
Qui voglio *ringraziare i libri* (e i loro autori) che mi hanno aiutato a preparare e a correre la mia prima maratona; non sono in nessun tipo di ordine né cronologico di lettura né di importanza; alcuni li ho semplicemente ripresi e sfogliati e (ri)letti a pezzi. Se qualcuno è interessato (dubito) posso anche dare qualche motivazione sui legami dei libri con la corsa.

Romain Gary, La vita davanti a sé
Giulio Giorello, Di nessuna chiesa
Robert M. Pirsig. Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
Stephen Batchelor, Buddhism without belief
Pankaj Mishra, La fine della sofferenza
Steve Hagen, Buddhism plain and simple
Anton Cechov, I racconti
Miguel Benasayag · Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi
Harrigel, Lo zen e il tiro con l’arco
Paul Ginsborg, Il tempo di cambiare
Robert Capa, Leggermente fuori fuoco
Jean-Claude Izzo, Marinai perduti
Cervantes, Don Chisciotte
Milan Kundera, Il Sipario
MIlan Kundera, I testamenti traditi

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Da tempo viene giustamente considerato diritto del lettore trovare nei libri (non solo di saggistica, verrebbe da dire) le *note* al testo e un’accurata *bibliografia* che diano conto dei crediti intellettuali, delle idee e delle fonti di dati e informazioni e ancor di più delle *citazioni* presenti nel testo; ciò aiuta anche il lettore ad approfondire o a intraprendere letture derivate dal libro, strade nuove.
Per tutto ciò un riferimento *indispensabile* è ancora il formidabile libretto di *Luca Ferrieri* _Il lettore a(r)mato_, in particolare i due capitoletti, “Metamorfosi della citazione” e “Il gioco delle fonti” (Il lettore a(r)mato si trova facilmente in rete, per esempio su Liberliber.

Ebbene, un piacevole esempio recente di autore e editore rispettosi di questo diritto mi sembra: *Pankaj Mishra*, _La fine della sofferenza_, Guanda.

Al di là dell’interesse specifico per il tema (l’attualità del pensiero del Buddha, in particolare nelle sue relazioni con la filosofia occidentale, e la sua forza di sguardo allo stesso tempo laico e compassionevole e solidale sul mondo) il libro è pieno di rimandi a testi originali e a testi di studiosi che hanno parlato di quei testi; soprattutto è ricco di riferimenti puntuali agli scritti dei filosofi occidentali, a libri che aprono strade che divergono dal cammino dell’autore ma che hanno qualche relazione con il pensiero che cerca di raccontare.

Insomma, notevole veramente anche perché non siamo di fronte a un testo accademico o specialistico.
Comunque il libro di Mishra merita una lettura.

Provo a mettere ordine nelle note rapide a proposito della vita come “storia narrata” di cui parla Stephen Batchelor in Buddhism without belief.
Semplificando un po’: nella pratica buddhista, la meditazione permette di avvicinare, in alcuni momenti, una consapevolezza della condizione di complesso dinamismo degli individui e del mondo di cui si è parte, consapevolezza che illumina anche quella specie di gabbia nella quale abitualmente si è imprigionati, quando si intende il proprio sé come definito, immutabile, separato dal resto. Questi momenti di consapevolezza sono, secondo Batchelor, dei grandi momenti di libertà, sorta di sguardo limpido e preciso sulla realtà, che però poi fugge via; fino a quando, con l’abitudine alla meditazione si riesce a raggiungerlo di nuovo.
Già: ma in questa libertà nella quale si “vede” la realtà con tutta la chiarezza e la precisione ci si può anche restare assorbiti, affascinati dalla sua forza. Questa, dice Batchelor, sarebbe la scelta di un mistico, che “cerca di dissolvere se stesso in dio o nel nirvana”.

Invece, se per noi ha più valore partecipare a una realtà che condividiamo insieme agli altri, “nella quale ha senso dare un senso alle cose, allora questa abnegazione centrata su sé stessi negherebbe un elemento centrale del nostra essenza umana: il bisogno di parlare e agire, il bisogno di condividere l’esperienza con gli altri”. (Buddhism without belief, pag. 99-102). Domani concludo.

I saggi di Milan Kundera dedicati all’arte del romanzo – L’arte del romanzo, I testamenti traditi, Sipario: tutti editi da adelphi in Italia – sono stati una rivelazione. (Solo Sipario può dirsi nuovo, gli altri due sono di oltre dieci e venti anni fa circa).

Beh, mi ha fatto molto piacere vederli citati da Stephen Batchelor nella bibliografia di Buddhism without belief.
In particolare, in quella del capitolo dedicato all’immaginazione creativa necessaria per assumere la responsabilità di vivere una vita che non sia già segnata e immutabile, ma che, come quella di un personaggio di un romanzo, sia una “narrativa”, disegni una parabola di cambiamento, della quale ognuno può essere responsabile.
Insomma l’esatto contrario della rassegnazione o del nichilismo. Magari ci torno su questa cosa e provo a spiegarla meglio, con qualche citazione.

Cominciamo con la segnalazione di questa scoperta. Niente di nuovo certo, ma merita: *Stephen Batchelor*, Il risveglio dell’occidente, Ubaldini editore. E’ un libro del 1994. (1995 l’edizione italiana).
Come dice il sottotitolo: “L’incontro del buddhismo con la cultura europea”.  Greci e gnostici, mongolo e frati, gesuiti e tulku nella storia appassionante di un incontro culturale che ha portato alla grande diffusione del buddhismo nel continente europeo.

L’autore è molto conosciuto fra chi si è interessato al buddhismo con impostazione laica, agnostica; e soprattutto Batchelor nei suoi scritti prova a dar conto della ricerca di forme di Dharma (la pratica insomma del buddhismo, per farla molto molto semplice, se mi becca un esperto/purista mi criticherà pesantemente) che siano adeguate alle società contemporanee e che siano “socialmente impegnate”. Il libro più conosciuto di Batchelor è: Buddhism without belief. Alcuni anni fa era stato pubblicato anche in italiano con il titolo di “Buddhismo senza fede” edito da Neri Pozza, ora risulta fuori catalogo.

😉