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Mi sembra che ultimamente siano sempre più numerosi i film che escono al cinema tratti da un romanzo. Solo quest’anno, su 8 film che sono andata a vedere, 4 erano tratti da un romanzo: l’ultimo Harry Potter, Munich (tratto da Vendetta di Jonas), I segreti di Brokeback Mountain (dal romanzo di Annie Proulx), The constant gardener (da Il giardiniere tenace di Le Carrè). E ancora, Orgoglio e pregiudizio, Oliver Twist, V per vendetta, Arrivederci amore, ciao, Truman Capote, solo alcuni altri che mi vengono in mente.

Tutto ciò ha sicuramente l’effetto benefico di rilanciare le vendite di questi testi nelle librerie: spesso, addirittura, vengono ripubblicati con la copertina che richiama la locandina del film, o con fascette che indicano il legame con il cinema.

Dei quattro che ricordavo sopra, solo Harry Potter e Munich li ho letti prima di vedere il film. In entrambi i casi, ho apprezzato molto di più il romanzo.

Perché? E poi, è meglio leggere prima il libro, o vedere il film? La lettura del primo o la visione del secondo, sono influenzati?

Dal mio punto di vista, preferisco leggere il libro.

Addirittura, quando sono andata a vedere Munich, avevo finito il libro solo da poche ore, e ho passato il tempo a ricordare stralci del libro, e a pensare a cosa avessero tenuto uguale o cambiato rispetto al testo originario.

Leggendo un libro, la componente soggettiva dell’immaginazione è più libera, posso “creare” i personaggi o gli ambienti come più preferisco, facendo associazioni personali o lasciando libera la mia creatività e immaginazione.

Nel film, tutto è già pronto, e in questo caso diventa ancora più importante la capacità del regista e dello sceneggiatore di riproporre in un nuovo formato il testo originario.

Sicuramente non è facile, si corre il rischio di rimanere legati al romanzo, deludendo i lettori.

Ma effettivamente, quante persone leggono, rispetto a quelle che vedono un film?

Forse, veramente, è un bel modo di riportare alla lettura un pubblico più ampio.

Da ultimo, noto anche che, se vedo prima il film, mi passa la voglia di prendere in mano il libro. Il regista ha già fatto tutto per me, e rischio solo di rivedermi riprodotte le immagini dello schermo.

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Di Antonio Carnevale
 
Philippe Seymour Hoffman fa rivivere il celebre scrittore sul grande schermo. E gli somiglia tanto che vince l’Oscar. Ma al cinema non si dice tutto sull’autore di “A sangue freddo”. Per saperne di più arriva in Italia una biografia. Pettegola, divertente e tragica come era il geniale Truman.

Sei parole possono cambiare la vita di un uomo. “Uccisi contadino e la sua famiglia”. Il trafiletto del New York Times stravolse l’intera esistenza di Truman Capote, uno dei più grandi scrittori in lingua inglese del Novecento. Quel trafiletto lo portò a scrivere A sangue freddo, il suo romanzo capolavoro; lo fece diventare ricco e celebrato in tutta l’America e l’Europa; ma segnò anche l’inizio del suo declino umano e psichico. Fino a impedirgli di concludere qualsiasi altra opera letteraria. E a rimanere prigioniero di incubi, alcol, cocaina e psicofarmaci, fino alla tomba.”

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Mio papà ha appena finito di leggere A sangue freddo di Truman Capote. Mentre me lo restituiva, mi diceva che l’aveva letto ascoltando Bruce Springsteen, “The Ghost of Tom Joad” e “Devils and Dust”. Ho pensato che mi avesse tolto le parole di bocca, se avessi dovuto scegliere la colonna sonora di quel libro, avrei indicato gli stessi dischi.
Nei film, la musica è fondamentale, è una componente fortissima della narrazione, e uno degli strumenti a mio parere più importanti nel creare piacere ed empatia, se ben scelta.
Anche per i libri si potrebbe provare a fare lo stesso gioco.
A partire da questo episodio, ho pensato un po’ alle colonne sonore ideali di alcuni libri che ho appena letto.
Trilogia marsigliese (Casino totale, Chourmo, Solea), Jean-Claude Izzo: “Sketches of Spain” di Miles Davis, e tutti i dischi di Abdullah Ibrahim (è stato proprio Izzo a farcelo conoscere)
Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides: “Fevers and Mirror” di Bright Eyes e “11:11” di Maria Taylor
Vita, Melania Mazzucco: Rino Gaetano, “Piazza, New York Catcher” dei Belle and Sebastian e “Dalla Pace del Mare Lontano” di Sergio Cammariere
La ballata di John Reddy Heart, Joyce Carol Oates: Ryan Adams, Counting Crows e The Eagles
La confraternita dell’uva, John Fante: Vinicio Capossela e Tom Waits
Un complicato atto d’amore, Miriam Toews: “I’m Wide Awake, It’s Morning” di Bright Eyes e “Nebraska” di Bruce Springsteen
Le correzioni, Jonathan Franzen: “Digital Ash in a Digital Urn” di Bright Eyes, “Gold” di Ryan Adams, “Franz Ferdinand” dei Franz Ferdinand e “First Impression On Earth” dei The Strokes
Il senso di Smilla per la neve, Peter Hoeg: “Takk” dei Sigur Ros e “When I Said I Wanted to Be Your Dog” di Jens Lekman
Rosso, Uwe Timm: “Storia di un impiegato” e “Non al denaro non all’amore né alla morte” di Fabrizio De Andrè

Aspetto le vostre, di colonne sonore.

Sono andata al cinema a vedere Munich di Spielberg. Proprio poche ore prima, avevo finito di leggere Vendetta di Jonas, il libro da cui è stato tratto il film.


George Jonas – VendettaOriginally uploaded by halighalie.

Devo ammettere che sono stata molto condizionata nel mio giudizio dall’aver appena finito di leggere il romanzo (anzi, tecnicamente è un saggio). Il libro è veramente bellissimo, nasce come intervista ad Avner, il protagonista, ma si legge proprio come un romanzo. È molto approfondito dal punto di vista psicologico, e mi ha molto colpito la tragedia interiore che colpisce i 5 personaggi, i dubbi e le incertezza sulla bontà o meno delle loro azioni. Trattando di un argomento così delicato come terrorismo e controterrorismo, offre un punto di vista originale e particolare.
Consiglio sicuramente il libro, e anche il film. Soprattutto il finale, che è grandioso, e in cui Spielberg ha messo quello che secondo me è un tocco geniale.

Ho appena finito di rileggere, questa volta in lingua originale, The Virgin Suicides di Jeffrey Eugenides.

L’autore, innanzitutto. L’ho conosciuto al Festivaletteratura di Mantova, dove stava presentando il suo ultimo romanzo, Middlesex, qualche anno fa. Un uomo molto in gamba, molto simpatico, molto colto. Middlesex è un libro ben scritto, originale come storia, si legge volentieri.

Conquistata anche dalla sua figura, sono andata a prendere Le vergini suicide (Mondadori).

È un libro stupendo, nonostante il soggetto della storia (chiaro fin dalla prima riga) al primo impatto possa bloccare: narra di 5 sorelle, nella tipica periferia americana, che, una dopo l’altra, si suicidano.

Detto così, sembrerebbe abbastanza deprimente. In effetti un po’ lo è.

Ma Eugenides è riuscito a trattare un simile argomento in modo originale e appropriato: la voce narrante è corale, sono i ragazzi del paese che seguono la vicenda di giorno in giorno nel suo svolgersi, e a distanza di anni, ancora ossessionati. Questa dimensione corale è molto particolare e interessante, e ho pensato avesse la sua influenza nelle origini greche dell’autore. Fra l’altro, mi ha anche ricordato un libro che ho appena letto, La ballata di John Reddy Heart di Joyce Carol Oates. Altre somiglianze con questo romanzo sono nella figura drammatica dell’eroe (Johnny da un lato e le sorelle Lisbon dall’altro), e nel bisogno ancora più forte da parte del “coro” di avere questa figura dell’eroe fra di loro, incomprensibile, ma necessaria.

Il tutto, con un distacco cinico molto toccante.

Da questo libro è stato anche tratto un film, di Sofia Coppola. La trasposizione cinematografica di un romanzo non è facile, ma in questo caso è ben riuscita: molto legata al testo, ma rende bene, soprattutto l’atmosfera.

Da ultimo, una nota sulla copertina dell’edizione americana: bellissima.

Quando guardo un film, voglio che ci sia un lieto fine, se no mi arrabbio.

Quando leggo un libro, però, non vale lo stesso ragionamento.

Anzi, se è triste, mi piace ancora di più.

Forse al cinema è più facile che mi immedesimi, e quindi vorrei che, almeno lì, sia tutto bello e perfetto.

In un libro, invece, guardo molto anche come è scritto, sono più distaccata.

Se il libro è “triste”, o malinconico, si crea più pathos…

Non so, ci dovrei pensare ancora.