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Mi sembra che ultimamente siano sempre più numerosi i film che escono al cinema tratti da un romanzo. Solo quest’anno, su 8 film che sono andata a vedere, 4 erano tratti da un romanzo: l’ultimo Harry Potter, Munich (tratto da Vendetta di Jonas), I segreti di Brokeback Mountain (dal romanzo di Annie Proulx), The constant gardener (da Il giardiniere tenace di Le Carrè). E ancora, Orgoglio e pregiudizio, Oliver Twist, V per vendetta, Arrivederci amore, ciao, Truman Capote, solo alcuni altri che mi vengono in mente.

Tutto ciò ha sicuramente l’effetto benefico di rilanciare le vendite di questi testi nelle librerie: spesso, addirittura, vengono ripubblicati con la copertina che richiama la locandina del film, o con fascette che indicano il legame con il cinema.

Dei quattro che ricordavo sopra, solo Harry Potter e Munich li ho letti prima di vedere il film. In entrambi i casi, ho apprezzato molto di più il romanzo.

Perché? E poi, è meglio leggere prima il libro, o vedere il film? La lettura del primo o la visione del secondo, sono influenzati?

Dal mio punto di vista, preferisco leggere il libro.

Addirittura, quando sono andata a vedere Munich, avevo finito il libro solo da poche ore, e ho passato il tempo a ricordare stralci del libro, e a pensare a cosa avessero tenuto uguale o cambiato rispetto al testo originario.

Leggendo un libro, la componente soggettiva dell’immaginazione è più libera, posso “creare” i personaggi o gli ambienti come più preferisco, facendo associazioni personali o lasciando libera la mia creatività e immaginazione.

Nel film, tutto è già pronto, e in questo caso diventa ancora più importante la capacità del regista e dello sceneggiatore di riproporre in un nuovo formato il testo originario.

Sicuramente non è facile, si corre il rischio di rimanere legati al romanzo, deludendo i lettori.

Ma effettivamente, quante persone leggono, rispetto a quelle che vedono un film?

Forse, veramente, è un bel modo di riportare alla lettura un pubblico più ampio.

Da ultimo, noto anche che, se vedo prima il film, mi passa la voglia di prendere in mano il libro. Il regista ha già fatto tutto per me, e rischio solo di rivedermi riprodotte le immagini dello schermo.

Posso dire che un libro mi piace veramente quando ripenso alla storia mentre non lo sto leggendo, quando non mi accorgo di essere arrivata alla mia fermata della metropolitana, quando inizio a pensare come lo scrittore, quando non riesco a staccarmi finché non l’ho finito e vado avanti ad oltranza anche di notte, quando piango e rido da sola, quando vorrei che non finisse più anche se è perfetto così, quando poi corro a comprare tutti gli altri libri dello stesso scrittore, quando mi innamoro da subito anche della copertina, quando mi piace anche il profumo delle pagine, quando lo voglio consigliare a un amico, quando non voglio prestarlo a nessuno, quando in ogni pagina trovo qualcosa da sottolineare, quando mi sembra che lo scrittore mi abbia tolto le parole di bocca, quando se me l’ha prestato qualcuno lo compro per avercelo, quando mi viene voglia di rileggerlo, quando incontro qualcuno per strada e mi sembra uscito dal libro, quando mi affretto a leggerlo per finirlo ma nelle ultime pagine mi soffermo su ogni parola per prolungare il piacere…

Sonia ha colto il nostro invito: ecco la sua classifica (per il momento solo i primi 6 libri…)

In primis ex equo: Isabel Allende, La casa degli spiriti, Paula, D’amore ed ombra

2: Oriana Fallaci, Un uomo: Lo so che la scelta è un po’ discutibile vista la “rabbia” degli ultimi anni.
Che ovviamente non condivido

3: Jane Austin, Orgoglio e pregiudizio: non perché e’ uscito nelle sale in questi giorni ma perché è fantastico!!!

4: Martin Luther King, Il fronte della coscienza, con prefazione di Corretta King

5 : Laura Curino, Olivetti. Camillo: alle radici di un sogno

6: Kuki Gallmann, Sognavo l’Africa

Da grande lettrice, mi interrogo spesso sul perché della lettura, e della mia passione.
Perché mi piace leggere?
Perché leggo così tanto, divoro proprio i libri, fino a farla diventare quasi una mania?

Mentre leggevo l’altro giorno l’articolo di Munõz Molina su Internazionale, mi è piaciuta subito l’immagine dell’immersione. Continuando nella lettura, però, mi sono trovata un po’ stupita e in disaccordo con quanto scritto: l’atteggiamento dello scrittore, la sua visione del mondo così “ostile”, anche se spesso condivisibile, mi sembrava un po’ esagerata.

Ma la considerazione del libro come “lente di ingrandimento, microscopio, telescopio, macchina del tempo” mi è sembrata molto azzeccata, mi ci sono ritrovata.
Perché leggo? Spesso è vero: per vedere, con gli occhi di un’altra persona, con un’esperienza e una storia diversa dalla mia, la vita stessa. A volte la visuale si avvicina, a volte si allontana, nel tempo, nello spazio, nella lettura delle cose quotidiani e non. È uno strumento in più per arricchirsi e crescere.

Manuel De Prada, La tempesta, e/o. Ambientato in una Venezia cupa e misteriosa, dove un professore d’arte spagnolo indaga sull’enigma ancora irrisolto della Tempesta del Giorgione. “La tempesta è a un tempo un romanzo d’intreccio e una riflessione sull’arte come religione del sentimento, una novella sull’impero dei sensi e sulla condanna inappellabile dei ricordi” (dal risvolto di copertina).

Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev e Il dono di Asher Lev, Garzanti. Due grandissimi romanzi incentrati sulla figura di Asher Lev (nel primo bambino e nel secondo ormai adulto e sposato), ebreo praticante con il dono della pittura, che inevitabilmente si scontra con il credo della sua religione e della sua cultura.

Patrick McGrath, Port Mungo, Bompiani. È Jack, un pittore incompreso, al centro di questo romanzo, ambientato fra l’Inghilterra, New York e Port Mungo, appunto, paese dei Caraibi. Un romanzo misterioso, dove rimane sempre il dubbio su verità e menzogne.

Susan Vreeland, L’amante del bosco, Neri Pozza. Biografia della pittrice Emily Carr canadese, affascinata dalla cultura indiana locale. Per conoscere meglio un’artista poco nota, ma meritevole.

Tracy Chevalier, La ragazza con l’orecchino di perla, Neri Pozza. Successo di qualche anno fa, è stato tratto anche un film sulle vicende di Vermeer e della sua giovane aiutante.

Di Antonio Munõz Molina, tratto dal numero 629 di Internazionale, 17 febbraio 2006, pagg. 75-76

[…] Immersione, immergersi: c’è una grande poesia in alcune delle espressioni più comuni. Chi si immerge in un libro scende lentamente verso il fondale di un ambiente più denso e meno illuminato della realtà esterna. Chiude il boccaporto, si mette comodo, in silenzio. Il mondo reale a volte è piacevole, altre volte ostile. Nella camera sommersa del libro si è in salvo da tutto, almeno per un po’.

Il mondo reale, le esperienze concrete, possono essere felici o sfortunate, stimolanti o noiose, ma in ogni caso ci costringono a limiti spaziali e temporali, a un numero sempre scarso di personaggi, alla possibilità di annoiarci. Il libro moltiplica le dimensioni del mondo e le varietà dei paesaggi e delle vite; ci salva dall’immediatezza letterale delle cose, dal loro fatale ancoraggio al qui e all’ora, all’io conosciuto. Ma il libro non intorpidisce la curiosità nei confronti dello spettacolo illimitato e piacevole di quanto ci circonda: se ben letto, è una lente di ingrandimento, un microscopio, un telescopio, una macchina del tempo.

Ma non si legge per imparare, né per sapere di più o per evadere dalla realtà. Si legge perché la lettura è un vizio perfettamente compatibile con la scarsezza di mezzi, con la mancanza di audacia richiesta da altri vizi, e, cosa più importante, con l’assoluta pigrizia.
Il vero appassionato compie la maggior parte delle sue letture in diversi gradi di vicinanza alla posizione orizzontale. Ma si sottopone anche alle più grandi scomodità: legge in piedi, in un vagone della metropolitana, sulla dura sedia di una biblioteca pubblica, sotto una luce fioca che fa male agli occhi, perfino in mezzo alla strada, con la stessa impazienza con cui qualcuno che ha appena comprato un filone di pane appena sfornato spezza la crosta dorata e lo mangia tornando a casa. […]

Riprendo il discorso iniziato da luiginter sulla necessità o meno di possedere libri.
Dal mio punto di vista, sì, è necessario.
Ok, sono d’accordo che frequentando biblioteche si può trovare un’ampia scelta, senza spendere nulla. Spesso, poi, ci si imbatte anche qualcosa di particolare, volumi fuori catalogo o che nelle librerie non trovano posto per vari motivi. I libri delle biblioteche, inoltre, hanno quel fascino del vissuto che è intrigante e stimolante, a mio vedere.
Però… per me un libro è un oggetto di culto.
Spesso mi è capitato di leggerne uno preso in prestito da un amico o in biblioteca, e provare dispiacere a non averlo, fino ad arrivare a comprarlo, pur avendolo già letto.
Mi piace il possesso fisico di un libro, il prenderlo e riprenderlo in mano, magari rileggerlo, o prestarlo a qualcuno, per condividere il piacere della lettura.
Eh poi sì, anche la possibilità di scrivere, annotare (rigorosamente in matita, però), farci le orecchie, lasciare fra le pagine biglietti del treno, foto, articoli di giornale, per ritrovarli, magari dopo anni, e ricordare quel particolare momento. Sui libri, poi, segno la data, il luogo, l’occasione dell’acquisto. Canzoni o citazioni da altri libri che me lo fanno ricordare.
E poi: cosa c’è di più bello di una casa invasa dai libri? Do molta importanza anche all’aspetto estetico: una bella copertina, una bella foto, un bel colore, due libri messi vicini che stanno bene.
Però anche io mi ritrovo, a 25 anni, già con lo stesso problema: non ho più posto in casa. Però come fare a separarsi dai libri amati (o anche quelli non amati…). Ogni libri è un ricordo, di un’emozione vissuta leggendolo, o mentre lo si leggeva.
Sì, forse è anche frenesia, sicuramente sono più i libri che acquisto di quello che riesco a leggere, ma il richiamo il libreria è troppo forte. Prima o poi, mi dico, avrò l’occasione di divorarlo.
Quindi sì… possedere libri è necessario. Altrimenti, cos’è necessario??

Umili e sentiti ringraziamenti per il felice ritorno di questo libro, che, dopo aver superato i pericoli degli scaffali del mio amico e di quelli degli amici del mio amico, ora ritorna a me in condizioni abbastanza buone.
Umili e sentiti ringraziamenti perché il mio amico non ha trovato che fosse il caso di dare questo libro come giocattolo al suo bambino, né di usarlo come portacenere per il suo sigaro, né come anello di dentizione per il suo mastino.
Quando prestai questo libro lo giudicai perduto: ero rassegnato all’amarezza della lunga separazione; non pensavo di rivedere mai più le sue pagine.
Ma ora che il libro è ritornato a me, mi rallegro e sono estremamente felice! Portatemi del marocchino grasso, e rileghiamo di nuovo il volume, e mettiamolo sullo scaffale d’onore: perché il mio libro era prestato, ed è ritornato.
Ormai posso restituire qualcuno dei libri che io stesso mi feci prestare.

(Non ricordo da dove ho preso questo brano…)

  1. Non acquistare libri per leggerli questa sera. Ma acquista solo quei libri che, anche questa sera, avresti voglia di sfogliare. A volte ho acquistato libri pensando che in futuro mi avrebbero interessato. Me ne sono sempre pentito. Da allora penso sempre all’ipotesi della sera.
  2. Fidati degli aspetti cosiddetti superficiali: la copertina, la grafica, l’impaginazione, il titolo. Parlano come certe etichette di vini nobili. Mi è accaduto, seguendo le apparenze, di scegliere al buio e di scoprire per questa via autori, libri, editori. Sono solo i superficiali, diceva Wilde, che non si fidano della prima impressione.
  3. Tra un libro di Einstein e un libro su Einstein scegli il primo. C’è più da imparare dalle oscurità di un maestro che dalla chiarezza di un discepolo. Gli scopritori di continenti hanno disegnato contorni sempre imprecisi delle coste, che oggi qualsiasi agenzia turistica è in grado di correggere. Preferisco chi ha scoperto i continenti.
  4. Se un libro ti attira veramente non badare al prezzo. È il modo più sicuro di fare debiti, ma anche per evitare le recriminazioni di una vita. Il rammarico per un acquisto sbagliato è niente in confronto all’angoscia per un acquisto mancato.
  5. Rinvia i propositi di moderazione alla chiusura di ogni mostra, asta e occasioni simili, così come i propositi di dieta alla fine di ogni pranzo. E parti di un progetto di spesa più elevato del ragionevole, così avrai la sensazione di avere risparmiato.
  6. Non indugiare nell’acquistare i libri che ti interessano. Ogni bibliomane sa che proprio quei libri ti vengono sottratti, mentre guardi altrove, da mani occulte e rapaci, che l’edizione nel frattempo si è esaurita e sarà difficile trovarne una copia in antiquariato.
  7. Fidati del risvolto di copertina. Quanti sono i libri che non ho preso dopo averlo letto.
  8. Scegli quei libri che farai vedere a un altro come te, perché possa condividere il tuo piacere o provare una tonificante invidia. Queste fantasia non si realizzano quasi mai, ma orientano spesso le scelte dei bibliomani.
  9. Quando il prezzo ti turba, pensa alla parola magica, alibi di tutti gli affari irreali: investimento.
  10. Quello che Forster auspicava per i personaggi dei romanzi, l’espansione, pensalo per la tua biblioteca.

Da Wimbledon, 1991

Ci sono mille modi per prepararsi a scrivere un romanzo, ma uno solo vi aiuterà davvero.

Louise Doughty, nella sua rubrica Un romanzo in un anno, su Internazionale numero 628, 9 febbraio 2006, pag. 73, spiega qual è il primo passo per scrivere un libro:

Dunque, state per scrivere un romanzo. Secondo voi, qual è la cosa più utile per prepararvi all'impresa? Temperare le matite? Fare un po' di spazio togliendo dalla scrivania le ricevute della banca o ripulendo il tavolo della cucina dalle briciole? Ci sono mille modi per prepararsi a scrivere un romanzo, ma uno solo vi aiuterà davvero: leggere. È una cosa che potete fare subito e continuare a fare anche dopo aver cominciato a scrivere.

Ho perso il conto delle volte in cui, trovandomi a eventi letterari insieme ad altri scrittori, ho sentito la frase: "Veramente io non leggo libri di altri autori mentre lavoro al mio romanzo". Mi sembra assurdo, quanto una persona che si rifiuta di sentir parlare il francese mentre cerca d'impararlo. Non credo che, quando si allenano, gli atleti evitino di guardare gli altri che corrono, e non credo che i chirurghi dicano: "Penso sia meglio ignorare ogni nuova conquista medica fino a quando non avrò finito la specializzazione".

continua

Cambio idea dopo ogni libro che leggo, ma ora la mia attuale TOP TEN LIBRI è (in ordine sparso):

  • I Buddenbrook, Thomas Mann, Einaudi: anche solo il sottotitolo mi fa impazzire: “Decadenza di una famiglia”. Geniale.
  • Le Vergini Suicide, Jeffrey Eugenides, Mondadori. Ne ho già parlato in precedenza.
  • Amabili resti, Alice Sebold, e/o: “Voglio restare stupita e farmi portare lontano”. Basta questa frase di Miriam Toews per descrivere questo fantastico romanzo…
  • American Tabloid, James Ellroy, Mondadori: mi piace molto Ellroy, in tutti I suoi libri noir, ma soprattutto in questo storico, che narra un pezzo della storia Americana, legata ai Kennedy. Seguito da Sei pezzi da mille.
  • Carne e sangue, Michael Cunningham, Bompiani: Cunningham è un altro dei miei scrittori preferiti, e questo romanzo è il migliore, a mio parere. La storia di una famiglia (mi piacciono le storie delle famiglie altrui…), tenero e commovente. Sa suscitare grandi emozioni.
  • Un complicato atto d’amore, Miriam Toews, Adeplhi: commovente, spiritoso, arguto, dolce, ironico, penetrante. E soprattutto scritto bene.
  • Spartacus, Howard Fast, Net: anche di questo ho già parlato.
  • Solea, Jean-Claude Izzo, e/o: è il terzo volume della Trilogia marsigliese di Fabio Montale, ma secondo me il migliore. Grande anche la “colonna sonora” jazz.
  • Il mio nome è Asher Lev, Chiam Potok, Garzanti: stupendi tutti i libri di Potok, ma questa storia di un bambino chassidim, con un grande dono e passione per l’arte, che combatte contro la cultura della sua religione, è molto commovente.
  • Le correzioni, Jonathan Franzen, Einaudi: “Quando un lettore ha esaurito le parole, ha chiuso il libro e lo ha riposto nello scaffale, continuano ad agire in lui le inquietudini, i dubbi, i pensieri, le prospettive, le immaginazioni, i turbamenti trasmessi dalla lettura del libro. Se questo non avviene, lo scrittore ha fallito il suo scopo” (Luigi Malerba). Forse il libro letto quest’anno in cui, di più, lo scrittore ha raggiunto lo scopo indicato da Malerba.

Il secondo testo è God less America – Da New York a San Francisco sulle orme del Boss, scritto da Cristina Donà e Michele Monina, Mondadori, 2003. Anche quest’opera nasce da una passione, quella dei due autori per Bruce Springsteen, che li ha portati a viaggiare nel 2001 negli Stati Uniti sulle tracce del cantante. Durante il viaggio, però, i due autori si accorgono che è rimasto poco dell’America cantata da Springsteen in The River e negli altri suoi album, dell’America dei perdenti e della gente comune. La narrazione, così, divaga, e si legge poco del presunto omaggio al Boss, il che è un peccato, dal mio punto di vista. Il tutto, fra l’altro, con una scrittura (quella di Monina, Cristina Donà ha contribuito solo con alcune note e con il dvd in allegato) che personalmente non ho apprezzato, piena di divagazioni e troppo “giovanilistica”. Ho letto questo libro qualche anno fa, ma ricordo che non mi era piaciuto molto, e questo si vede anche nelle poche orecchie e sottolineature che ho lasciato. Rimane comunque un libro interessante nel suo essere un viaggio on the road in una terra come gli Stati Uniti, che sicuramente ha molto da dire. E sono proprio i pezzi sugli Stati Uniti i più interessanti e nei quei è più facile immedesimarsi, come questo: “il fatto è che io, come molti della mia generazione, cattolici ma anche anarchici, vivo la strana condizione di antiamericano per quello che concerne ogni aspetto politico, ma sono americanofilo fino al midollo – tanto per citare Carver, un americano nel mazzo – per tutto quello che riguarda libri, musica e cinema. È chiaro, disprezzo gli aspetti più commerciali della cultura americana, ma mi riconosco in tutto quello che c’è di alternativo e underground dall’altra parte dell’oceano”. In effetti, potrei averlo scritto io.

A prescindere da un mio giudizio molto personale e soggettivo sul valore musicale e dell’artista (Antonio e Matteo, sapete cosa penso), vorrei continuare anche su questo blog la discussione – che in casa mia, e non solo, impazza da mesi – sul confronto fra Mozart e Bruce Springsteen. Anche se molti potrebbero storcere il naso.

Di conseguenza, vorrei fare questo raffronto parlando di due libri che, ciascuno a suo modo, rendono omaggio ai due artisti.

Il primo è La mia storia con Mozart, di Eric-Emmanuel Schmitt, e/o, 2005. Scritto sotto forma epistolare, è l’omaggio e il ringraziamento da parte del narratore, prima ragazzo e poi adulto, verso Mozart, che “un giorno mi ha mandato una musica che ha cambiato la mia vita. O meglio, mi ha tenuto in vita. Senza quella musica sarei morto”. Durante gli anni della corrispondenza, seguiamo la vita del protagonista e i suoi continui contatti con la musica dell’artista. Schmitt è un appassionato e un esperto di musica, quindi sicuramente l’idea è personale e sentita, ma ho comunque trovato questo breve racconto un po’ forzato e poco spontaneo, soprattutto nel modo con cui lega i diversi episodi della sua vita, ciascuno collegato a un’opera o a un brano di Mozart. In secondo luogo, il fatto che sia stato scritto nel 2005, mi rende molto perplessa sull’innocenza di questo testo, che credo piuttosto voglia cavalcare l’onda dei festeggiamenti per il duecentocinquantesimo anniversario della morte di Mozart, che ha fatto sì che la maggior parte dei media e dei negozi sia sommersa da offerte sull’artista austriaco. Il racconto rimane comunque interessante, soprattutto se si accompagna la lettura con l’ascolto del cd allegato, che raccoglie i 16 brani citati nel testo.

Domani la seconda parte.